hamburger hill scena finale

Non mi piace la violenza, tanto meno le armi, eppure ho sempre amato i film di guerra. In particolare quelli sul Vietnam con il suo odore di tragico fallimento.

I tratti epici, le virtù e i lati oscuri dell’uomo, l'”orrore” come disse qualcuno, tutto è portato all’estremo.
Il senso di appartenenza, il branco, che può essere tanto animalesco quanto mostrare segni di fratellanza nel senso più puro del termine.
Le contraddizioni, “born to kill” sull’elmetto e il simbolo della pace appuntato sul petto.
L’obbedienza totale al superiore, come unico faro possibile in una palude della quale nulla si capisce. Passo dopo passo, senza un orizzonte.

Molto di questo lo vedo condensato nel drammatico finale di Hamburger Hill.
10 giorni e così tanti morti, per conquistare un’anonima collina, per una guerra inutile.
I sopravvissuti, sfiniti e svuotati prendono possesso della cima. Il regista non ci mostra cosa c’è oltre. Tutto è avvolto nella nebbia. I soldati danno le spalle all’obiettivo così dolorosamente inseguito. Il loro sguardo è rivolto indietro, alla scia di morti. Nel volto del soldato, rigato da una lacrima, uno sguardo perso che sembra chiedersi: perché?
Non c’è la gloria, non c’è nessuna bandiera da fissare al suolo. Non c’è un ritorno a casa a cui anelare. Solo la memoria di quegli uomini caduti può essere un fragile sostegno, come quel tronco bruciato sul quale appoggiarsi. Senza protezioni, a spalle scoperte verso il nemico. Solo quel tronco morto.

 

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