fertilityday

È il tema caldo del momento, quello buono per l’indignazione facile. Da giorni ci sono pietre in abbondanza per la lapidazione pubblica dell′improvvida campagna di sensibilizzazione promossa dal ministro della salute Lorenzin.  Certo era un bersaglio comodo; già lo si capiva dal titolo: #fertilityday, così ridicolo, quasi ad evocare una specie di poderosa giornata di copulazione collettiva a scopo riproduttivo. L’iniziativa è stata presentata con una serie di slogan leggerini che avrebbero dovuto scivolare rapidamente nel dimenticatoio. Invece no, ecco la reazione scomposta di un esercito di commentatori più o meno noti. Così il banale rilievo che nella vita di una donna c’è un periodo limitato entro il quale è possibile concepire, si trasforma in una specie di mostro colpevolizzante e politicamente scorretto. Forse in noi c’è un tale bisogno di sfogarsi che tutto, perfino l’evidenza, può diventare occasione di polemica, o forse le ovvietà degli slogan hanno toccato un nervo scoperto: la constatazione della limitatezza delle nostre possibilità di fronte ai modelli scriteriati che ci imponiamo.

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